OTELLO
tragicommedia dell'arte


personaggi ed interpreti

note al testo e di regia



 

liberamente ispirato alla storia di Otello secondo W. Shakespeare

Drammaturgia di Roberto Cuppone
Regia di Michele Modesto Casarin
Musiche originali di Calicanto


personaggi ed interpreti:

Betìa, Desdemona, Testa mozzata di Niccolò Dandolo: Marta Dalla Via
Flaminia, Emilia, Bianca, Karagoz: Manuela Massimi
Ser Maffio, Otello, Pantalone, Arlecchino: Stefano Rota
Lanterna, Iago, Marcantonio Bragadin: Roberto Serpi
Curina, Roderigo, Cassio: Stefano Tosoni


Scene e Maschere in cuoio Stefano Perocco di Meduna
Costumi Licia Lucchese
Realizzazione luci Maurizio Fabretti “Progettinaria”
Realizzazione costumi Caterina Volpato con la collaborazione di Marianna Fernetich e Sonia Marianni
Duelli Stefano Tosoni
Coreografie Guglielmo Pinna
Maschere in lattice Creative Solutions di Roberto Ledda
Responsabile tecnico Roberto Rossetto
Datore luci Paolo Battistel
Si ringrazia Marcello Chiarenza

una coproduzione
Pantakin
La Biennale di Venezia
Citta' di Venezia – Attivita' e Produzioni Culturali, Spettacolo, Sistema bibliotecario

in collaborazione con Comune di Mirano e Teatro di Mirano



note di regia

Chi è il Moro? Un africano, un saraceno, un arabo? Shakespeare e le sue fonti sono ambigui: lo descrivono con tratti negroidi, ma la sua storia e la sua provenienza potrebbero essere quelle di un principe arabo; o semplicemente avere le sembianze indoeuropee del nemico Turco. Per questo il viso di Otello, nel corso della storia, è stato variamente “colorato” (ove l’epidermide dell’attore non bastasse!), col cerone bianco o col nero carboncino.
La questione è senza soluzione: il carattere del Moro (la sua “razza”) non descrive ciò che il personaggio è, bensì, per esclusione, quello che non è: bianco, cristiano, occidentale; non rappresenta un’etnia sua, ma un pregiudizio degli altri.
Ecco perché in teatro nulla può rappresentarlo meglio della Maschera. In fondo la maschera è un catalizzatore di stereotipi, la carta moschicida su cui restano intrappolati prevenzioni e sottintesi, nondetti e omissioni. Ed ecco perché questa “tragicommedia”, probabilmente per la prima volta nella storia, propone un Otello in maschera - nella più autentica tradizione della Commedia dell’Arte italiana che, proprio grazie alla maschera, rappresentava commedia e tragedia come due facce dell’ineluttabilità, della coazione a ripetere, di un destino insieme prevedibile e irrevocabile: comico e tragico, appunto.

Ed ecco che Iago, tessitore di inganni, per contrappasso diventa qui un malvagio Tartaglia succube della moglie e; Roderigo un Capitano spagnolo tanto appassionato quanto inconsapevole; Cassio un Brighella ubriacone e sottaniere; Brabanzio, padre di Desdemona, un nero Pantalone, emblema della conservazione e del razzismo; Bianca una prostituta nera, nuovo ossimoro dell’amore; Desdemona quello che non può non essere, l’amore divino, fuori dalla storia; Emilia al suo fianco un’Ora che porge il mantello alla nascente Venere.

Cittadina di Cipro anche la dea, dove appunto si svolge l’intera vicenda nel 1570, in una Famagosta assediata, alla vigilia della caduta in mano turca: al confine delle civiltà, là dove e quando il mare Mediterraneo non è più univocamente nostrum; laddove i corpi dei cadaveri vengono rimossi da due becchini d’eccezione, Arlecchino e Karagoz, prosaici servi di due diverse tradizioni teatrali (veneziana e turca, giustappunto).

Che il tutto sia rappresentato da una compagnia di guitti rimasta bloccata dall’assedio, che l’esito tragico della vicenda narrata si sovrapponga alle loro personali biografie, è in fondo storia di sempre del teatro e dell’attore. E in particolare dell’attore di Commedia, alle prese con la maschera – con la sua fissità, coi i pregiudizi che essa incarna – come un cavallo di razza alla prese con i finimenti: una morsa che lo fa soffrire e continuare a correre.

Roberto Cuppone e Michele Modesto Casarin

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